TULLIO SIRCHIA
Tullio Sirchia        L’IDEA ALFAMEDIALE

In principio era la PAROLA
Giovanni Evangelista

In principio era l’AZIONE
Wolfang Goethe

La televisione non va né aggredita,
né colpevolizzata, né difesa:
la televisione è!

Gigi Proietti

 

L’idea alfamediale è semplice, radicale, rivoluzionaria, sperimentata e istituzionalizzata. Considera l’audiovisivo il linguaggio globale, globalizzato e globalizzante che dà l’imprinting ai prossimi secoli e millenni, così come ha fatto, in esclusiva, per circa tremila anni l’alfabeto (numeri e stampa compresi).
L’audiovisivo è globale perché integra tutti i linguaggi umani dell’azione (movimento, suono, immagine) e della parola (parlata, scritta, stampata), tutte le arti corrispondenti, tutti i media della scena, della carta e dello schermo, i contenuti di tutte le culture.
L’audiovisivo è globalizzato perché è il linguaggio sociale più potente e più seguito dai popoli della terra: è di semplice e facile lettura per alfabetizzati e non alfabetizzati e in ogni Paese sono attivi circuiti cinematografici e multimediali, reti televisive pubbliche e private, sistemi sempre più personalizzati e perfezionati di comunicazione audiovisiva diretta.
L’audiovisivo è globalizzante perché rappresenta la realtà attraverso la testualità integrata dello spettacolo multimediale su schermo. Esso recupera e rilancia la forma originaria del pensiero e della comunicazione umana, per sua natura integrata e spettacolare.
L’audiovisivo è la seconda casa riflessiva degli uomini del futuro. Essi attualmente la abitano solo da inquilini (lettori) e non da costruttori (scrittori), come, invece, avviene per la “casa alfabetica”.
La Scuola Alfamediale (alfabetico-multimediale) insegna a leggere, scrivere e pensare sia con il modulo monomediale dell’alfabeto sia con il modulo multimediale dell’audiovisivo. Il doppio lavoro testuale forma due diversi tipi di pensiero riflessivo: il logos alfabetico e l’olos audiovisivo. Il gioco combinato delle due diverse forme di pensiero riflessivo sviluppa la mente globale.
L’insegnante alfamediale è una nuova figura di docente: sa insegnare la propria materia in alfabetico e in audiovisivo. In aggiunta agli specifici compiti di scrittura monomediale (disegno, tema, riassunto, versione, problema, ricerca, interrogazione) fa fare periodicamente agli studenti un nuovo compito di scrittura multimediale: la presentazione su schermo.
La presentazione su schermo consiste nella registrazione televisiva di una performance spettacolare di qualche minuto (fatta a scuola e preparata a casa), in cui si sente e si vede lo studente illustrare un argomento di studio.

Per un approfondimento dell’idea alfamediale si riporta di seguito una breve storia della sua genesi.

Maturo l’idea alfamediale in tre distinti momenti della mia lunga vita scolastica: la crisi dell’alfabeto, lo spettacolo dell’audiovisivo, la riconversione alfamediale.

La crisi dell’alfabeto

Nel 1945 faccio la primina dalle Suore Oblate di Salemi, dove imparo stentatamente a leggere e a scrivere. Non capisco l’eccesso di analisi e di formalizzazione richiesto dallo strano gioco di lettere, numeri e segni (una cinquantina circa) da combinare su carta, in infiniti modi. Da allora, come studente, maestro elementare, dirigente scolastico ed ora come responsabile pedagogico della Rete Scuole Alfamediali RSA, continuo a meravigliarmi del potere di civilizzazione di quello strano gioco e a chiedermi perché non sia più sufficiente a formare l’uomo e il cittadino della società presente e futura. In particolare, mi meraviglia il fatto che gli uomini di scuola, di qualunque ordine, grado e responsabilità, e gli uomini della cultura e della politica, di destra, di centro e di sinistra, non sappiano porre rimedio alla crisi storica di sistema della scuola. Per tradizione consolidata, sanno solo che bisogna continuare ad insegnare come in passato e che, dunque, bisogna insegnare-imparare a leggere, scrivere e tradurre testi alfabetici, a capire la grammatica, la sintassi, la matematica con esercitazioni scritte, a studiare sui libri di testo tutti gli altri insegnamenti, Vedono, cioè, nell’alfabeto il linguaggio fondativo, unico, assoluto ed eterno della scuola, il linguaggio mezzo-contenuto-pensiero dell’insegnamento e della formazione scolastica. Tutti gli altri linguaggi umani, da quelli artistici del Corpo (movimento, suono, immagine) a quelli verbali della Parola parlata, sono solo di contorno e di arricchimento culturale. E se non fosse più così? E’ vero, è stato così per due millenni e mezzo, senza sostanziali cambiamenti, tranne quello del “libro di testo” dopo l’invenzione della stampa, la nascita della scienza e la suddivisione dei saperi in discipline. Ma per i prossimi secoli e forse millenni sarà ancora così o siamo piuttosto ad una svolta iperbolica della storia, di cui non riusciamo ancora a cogliere i segni, pur presenti e destabilizzanti? Che cosa è avvenuto realmente nel 1968, quando l’apollinea macchina della Scuola Alfabetica è attaccata e compromessa dalla travolgente forza dionisiaca della Scuola Parallela della televisione? Da allora, nel mondo si avviano più di trentamila ricerche per capire qual è l’influenza informativo-formativa del messaggio televisivo, con il risultato sconfortante di un nulla di fatto: il 50% delle ricerche la considera positiva, l’altro 50% negativa. Anche in Italia si fa qualcosa: si avviano circa quaranta innovazioni istituzionali, dagli Organi Collegiali in poi, compresi alcuni tentativi di riforma. Ma inutilmente, la Scuola Alfabetica non dà segni di ripresa e continua a declinare. Si fa ricorso a massicce iniezioni di computer, di laboratori multimediali e di lavagne LIM, ma senza apprezzabili risultati. Collateralmente, la Scuola Parallela della TV cresce a dismisura in diffusione ed influenza. Nella totale paralisi della pedagogia ufficiale e non ufficiale, non resta altro che confidare nel potere salvifico della Scuola Alfabetica (si pensi alla Riforma Gelmini) e del LOGOS ALFABETICO. Si pensa e si spera ancora che il logos, che ci permette di pensare per idee astratte, di fare rigorose analisi critiche, di avere riferimenti valoriali assoluti (il Bello, il Vero, il Bene, il Giusto), opportunamente usato dagli insegnanti, possa neutralizzare l’azione di “cattiva maestra, ladra di tempo e serva infedele”, della televisione. Ma è possibile combattere una guerra nucleare con armi convenzionali? Sicuramente, no! Il logos alfabetico ha meriti storici eccezionali, ma non è più sufficiente a reggere alla domanda di “formazione olistica” richiesta dalla complessità, velocità ed imprevedibilità del mondo globalizzato. E’ vero, il logos alfabetico ha dato agli uomini del Mediterraneo, dell’Europa e dell’Occidente un’immensa gloria. Ha dato la scuola e il suo immane e continuativo sforzo di superamento dei limiti intellettivi e comunicativi della Corporeità e dell’Oralità; ha dato la Cultura Umanistica della civiltà classica e la Cultura Scientifica della civiltà moderna; ha dato la potenza storica della Persona, della Libertà e della Democrazia, sconosciute ai prealfabetici. Superando i limiti prealfabetici del pensiero basilare e meraviglioso, ma condizionato e condizionante, della Corporeità (azioni magiche, operazioni concrete e riti codificati) e dell’Oralità (detti metaforici, narrazioni infinite e miti codificati), il logos alfabetico ha dato il primato civile e l’egemonia politica del mondo per più di 2500 anni. Fino al 1968, quando il pensiero loghistico va in cortocircuito, s’incrina come una faglia tellurica sotto l’urto del linguaggio globale, globalizzato e globalizzante dell’audiovisivo, capace di assemblare nell’unità olistico-multimediale dello “spettacolo”, tecnicamente riproducibile e diffondibile su schermo, tutti i linguaggi umani, tutti i contenuti scolastici ed extrascolastici, tutte le arti e le culture della corporeità-verbalità (alfabeticità compresa). Da allora la Scuola Alfabetica o delle Due Culture, che tutti abbiamo frequentato e che tutti vogliamo migliorare e perpetuare, entra in crisi storica di sistema. Come uscirne?

Lo spettacolo dell’audiovisivo

Quand’ecco che, per una felice coincidenza, mi capita di fare un altro strano gioco e proprio nella scuola che dirigo da qualche anno. Nel 1976 metto a punto e faccio funzionare nella Scuola Elementare di Trentapiedi del 2° Circolo di Erice uno studio televisivo, forse, il primo in una scuola. Ci sono solo due piccole telecamere in bianco e nero, un mixer video a due canali, un mixer audio, un videoregistratore da mezzo pollice, un televisore per classe, un collegamento a circuito chiuso. Noto subito che per alunni ed insegnanti il rispecchiamento sullo schermo è un’esperienza magica, irresistibile ed esaltante. Vedersi riflessi sullo schermo, e più ancora rivedersi ed essere visti, costituisce per tutti un’attrazione meravigliosa, un’esperienza straordinaria. Il mezzo è miracoloso e democratico, riflette a tutti la propria identità con immediatezza e precisione. Ci fa vedere come gli altri ci vedono e ci giudicano. Ci sdoppia in un io reale che cambia nel tempo ed in un io virtuale che resta, per così dire, immortale. Possiamo ora, con la nuova penna elettronica, far vedere a tutti, in diretta o in differita, lo spettacolo unico della nostra corporeità-verbalità. Ogni alunno può mettersi davanti alla telecamera e rivolgersi istantaneamente a tutti i compagni della classe o della scuola, per presentare e sviluppare un argomento di studio “spettacolarizzandolo” con disegni colorati, oggetti concreti, documenti vari. Su questa base si avvia a Trentapiedi la scrittura dei primi “pensierini audiovisivi”. Fare televisione a scuola può sembrare facile, ma non è così. La principale difficoltà sta nel fatto che la “televisione”, prima ancora di essere una potente tecnologia comunicativa, è un linguaggio che integra altri linguaggi, che, comunque, bisogna conoscere bene. E’ un “superlinguaggio” che non ha, per così dire, una precisa grammatica e sintassi e funziona con le regole aperte ed inventive dello “spettacolo”. E’ un linguaggio al tempo stesso concreto ed astratto, individuale e collettivo, intuitivo e riflessivo, semplice e complesso. A scuola tutti lo sanno leggere, nessuno lo sa scrivere. Per ottenere qualche risultato bisogna preliminarmente “televisionarizzare” insegnanti ed alunni. Bisogna soprattutto insegnare ad usare ed integrare corporeità e verbalità (oralità alfabetizzata) per raccordarle in sincrono con illustrazioni, musiche, scritte, altro. La complessa, organica ed inedita composizione testuale apre a nuove forme di sensibilità culturale e comunicativa, immaginativa e creativa, all’educazione al “pensiero olistico” teorizzata, ma non attuata dalla pedagogia contemporanea. Edgar Morin, il più convinto sostenitore della formazione del pensiero olistico, pensa di poterci arrivare attraverso l’olos dei contenuti e la scienza, La Scuola Alfamediale, invece, segue la via dell’olos dei linguaggi e della multimedialità, ovvero quella dell’audiovisivo considerato lo strumento culturale che dà l’imprinting al nuovo tempo storico e può, “iuxta propria principia”, insegnare a tutti a pensare in modo integrato, sistemico, organico. A supporto e conferma di questa prospettiva strategica ed obbligata arrivano il videofonino, Youtube e la banda larga, che permettono facili comunicazioni audiovisive individuali e collettive. I primi a sperimentare i nuovi percorsi della comunicazione audiovisiva, individuale e diretta, sono proprio loro, i giovani studenti, mentre gli insegnanti guardano interdetti o scandalizzati.

Gli inizi
Gli inizi della sperimentazione
Lo studio televisivo
Lo studio
televisivo
Gli strumnti  della televisione
Gli strumnti
della televisione
La scuola parallela
La scuola
parallela
Le produzione video
La scrittura audiovisiva
La mutazione antropologica
La mutazione
La riconversione
La riconversione

La riconversione alfamediale

Acquisite nel tempo queste preziose linee pedagogiche, mi avventuro con tutta la scuola in una scalata sperimentale verso una cima sconosciuta che, di balza in balza, rimanda sempre ad un’altra cima. Il passaggio dalla Scuola Alfabetica alla Scuola Alfamediale apre infiniti problemi di sistema, che la pedagogia non ha mai posto e a cui, dunque, nessuno ha mai risposto. E’ chiara soltanto una cosa: il passaggio dalla scrittura grafica su carta alla scrittura spettacolare su schermo sovverte il consolidato ordine tecnico, didattico, organizzativo, linguistico, testuale, culturale, formativo, politico, storico, antropologico della scuola. Bisogna compiere una rivoluzione culturale profonda e silenziosa, prevenendo e neutralizzando tutti gli immancabili contraccolpi istituzionali e pedagogici sollevati. I problemi sono tanti. Come affrontare la riconversione senza compromettere il funzionamento del sistema esistente, anzi rigenerandolo e ricontestualizzandolo? Il linguaggio sintetico-multimediale-spettacolare dell’audiovisivo in che rapporto formativo si pone rispetto al linguaggio analitico-monomediale-concettuale dell’alfabeto? E’ un’eresia considerare l’audiovisivo il “Secondo Alfabeto” della scuola? Come curricolarizzarne la lettura, ma soprattutto la scrittura audiovisiva, da tutti sconosciuta? Quale metodologia adottare per insegnare ad integrare - oltre che a leggere e scrivere - testi di linguaggi diversi e sviluppare la sensibilità della cultura audiovisiva dello spettacolo? E’ meglio studiare il linguaggio audiovisivo della televisione o quello finzionale del cinema o quello interattivo del computer? Venticinque anni di sperimentazione (per i primi cinque anni autorizzata dal Ministero P.I., poi quasi clandestina), permettono di capire alcune cose: l’audiovisivo è il linguaggio riflessivo dei prossimi millenni, così come l’alfabeto lo è stato, in esclusiva, degli ultimi tre; esso si pone contemporaneamente in continuità evolutiva, in ampliamento culturale, in alternativa linguistica e in integrazione formativa all’alfabeto; usa ed assembla in forma spettacolare e comunicativa tutti i linguaggi umani: quelli della corporeità (movimento, suono, immagine) e quelli della verbalità (parlata, scritta, stampata); riattualizza lo studio dell’alfabeto - attualmente solo letterario e scientifico -, sviluppandone l’aspetto comunicativo e l’ibridazione con gli altri linguaggi; genera una terza cultura antropologica, la Cultura Multimediale dello spettacolo su schermo, sintesi superiore di cultura scenica e cultura illustrata, comunque collegata alla Cultura Umanistica e alla Cultura Scientifica; genera l’OLOS AUDIOVISIVO ovvero un nuovo tipo di pensiero riflessivo: globale, globalizzato e globalizzante, proprio quello che ci vuole per vivere nella società globalizzata del presente e del futuro. Il nuovo tempo storico appare ormai segnato dalla “doppia riflessività” di logos alfabetico ed olos audiovisivo. E’ questa la nuova cifra della scuola. La sua crisi di irriformabilità - ora è chiaro - dipende, appunto, da questa mancata prospettiva rifondativa. Bisogna trasformare, per partenogenesi, il suo originario sistema circolare, orbitante attorno ad un solo sole (l’alfabeto), in un sistema ellittico con due soli (l’alfabeto e l’audiovisivo) che ridisegnano il campo gravitazionale dello studio, della cultura e della formazione. Per avviare la riconversione in condizione di compatibilità storico-istituzionale si dà vita alla figura dell’Insegnante Alfamediale, “un docente dalla doppia sensibilità intellettiva, culturale e professionale”, capace d’insegnare liberamente la sua materia (qualunque materia) con i “due alfabeti” e la “doppia riflessività”. In concreto, egli deve continuare a fare la classica “lezione”, ma deve anche “audiovisualizzare e fare audiovisualizzare agli studenti” le cose che spiega e poi metterli periodicamente, a turno e nelle sue ore di scuola, non solo davanti ad un foglio bianco o ad una pagina del libro di testo, ma anche davanti alla telecamera e, dunque, dentro lo schermo per fare esercizi di spettacolo-comunicazione-cultura sugli argomenti di studio, come se fossero “presentatori televisivi”. Attualmente, esistono solo cento esemplari di questo tipo d’insegnante. Esso si forma con l’esercitazione diretta e la pratica scolastica dell’integrazione di testi di linguaggi diversi secondo la metodologia alfamediale della presentazione su scena, su carta, su schermo. Si parte, per continuità mediatica dai tradizionali compiti scolastici, che vanno trasposti in pagine illustrate (presentazione su carta) per un virtuale pubblico di lettori, in minilezioni degli studenti alla classe (presentazione su scena), in spettacolo televisivo di qualche minuto (presentazione su schermo) per un pubblico di telespettatori (classe, classi, scuola, scuole, comunità locale…). La presentazione su schermo è il nuovo compito di scrittura della Scuola Alfamediale. Può assumere la forma di tema audiovisivo e/o di interrogazione televisiva. Il nuovo compito si aggiunge ai tradizionali compiti grafici, alfabetici e orali della scuola (disegno, tema, riassunto, traduzione, problema, ricerca, interrogazione), di cui costituisce una sintesi evolutiva e valutativa. E’ sorprendente! Il nuovo compito piace molto a studenti e genitori, un po’ meno agli insegnanti che, giustamente, non sono sufficientemente pronti a gestire il nuovo linguaggio. Pur tuttavia devono essere loro a compiere il miracolo: da 100 devono diventare 1.000 e poi 10.000 perché ci si accorga della possibilità storica della Scuola Alfamediale. Intanto la strada è segnata: nell’anno scolastico 1999-2000, con l’entrata in vigore dell’ Autonomia Scolastica, a Trentapiedi s’istituzionalizza la Scuola Alfamediale (Alfabetico-multimediale); il 19 luglio 2006 si costituisce a Trapani la Rete Scuole Alfamediali RSA, che ora conta 23 scuole di ogni ordine e grado, distribuite in tre Regioni. Credo che basti questo per iniziare la lunga marcia in salita per fare trasmigrare le nuove generazioni dalla civiltà alfabetica della carta alla civiltà audiovisiva dello schermo. La conquista del futuro dipende da questo salto evolutivo di riambientazione antropologica. La Scuola Alfamediale può propiziarlo senza più aspettare la lenta e completa invasione dei “barbari audiovisivi”, il potente popolo di liberatori che viene dal futuro, atteso e temuto da tutti gli uomini scolarizzati del mondo, divenuti, all’improvviso e senza accorgersene, poveri ed indifesi “esseri alfabetici”.