Tv cattiva maestra e Scuola Alfamediale

Istruiamoci alla tv con la tv
Fabio Barbera


Lo diceva Karl Popper che proponeva la patente ai professionisti del tubo catodico, ma la domanda è: la tv può realmente insegnarci qualcosa? La tv sa informare, non insegnare, perché tratta forme, non sostanze. Mostra e genera mostri, riversando quotidianamente addosso dell’inerme spettatore una quantità enorme di immagini in movimento. Un ragionamento non può avere i tempi televisivi. E’ lo spettatore che dovrebbe prendere la patente. Essendo inadeguata all’insegnamento è anche difficile che dalla tv scaturiscano nozioni che rendano edotti gli spettatori sui metodi di autodifesa. “E’ vero, l’ho visto in tv”, è una frase pericolosa che si può sentire soprattutto dai bambini. Per evitare questo pericolo e dare alle nuove generazioni “la patente” per guidare con la mente questo nuovo ed irresistibile linguaggio fatto con tutti i linguaggi del corpo (movimento, suono, immagine) e della parola (parlata, scritta, stampata), è nata ad Erice la Scuola Alfamediale.

Uno sguardo storico!

Per parlarne e capire il senso rivoluzionario della proposta alfamediale bisogna dare una rapida occhiata a quello che è stato il percorso storico che ha portato la tv a essere così com’è adesso. Ne parliamo facendo riferimento al ruolo che la tv ha avuto in Italia dalla sua nascita fino ad oggi, vigilia dei 150 anni dell’Unità d’Italia, che essa ha concorso ad alfabetizzare, ma anche a rendere individualista, consumista e narcisista.

Siamo nel 1954 quando la RAI Radio Audizioni Italiane si trasforma in Radio Televisione Italiana fondando il primo canale, sotto il controllo di una classe politica democristiana. L’obiettivo è informare, educare, intrattenere (sotto i canoni sviluppati dalla BBC). Il modello democristiano della tv è quello di cattedra e pulpito, strumento di alfabetizzazione, instillazione del sentimento nazionale, moralizzazione.

Ma lo spirito votato ai consumi, identità pilastro dello schermo tv, viene presto a galla. Già dal 1956 con la nascita del contenitore di pubblicità Carosello (gestito dalla concessionaria Sipra) la tv diventa uno specchio manipolatore dei gusti. La società mira ai consumi come forma di appagamento e l’Italia sta per essere investita dal boom economico, che trova le sue precondizioni di decollo nell’apertura ad un mercato internazionale (l’Italia già dai primi anni ’60 produceva il 12% dei beni consumati in tutta Europa). Il triangolo industriale di Torino, Milano, Genova; la Olivetti a Ivrea, la Fiat con la crescente vendita di automobili, l’Eni di Enrico Mattei, ma soprattutto l’industria culturale (radio, cinema, tv) concentrati a Roma sono catalizzatori di una nuova società dei consumi nella fase del miracolo economico. Ma l’immagine che ci dà l’Unità di allora è quella di un “televisore nella baracca”: la nuova Italia era costruita sulle macerie della vecchia.

L’epoca Bernabei nel boom economico

Nel 1961 si avvia una nuova epoca per la tv pubblica: il nuovo direttore generale della Rai è Ettore Bernabei, nomina fortemente voluta da Fanfani con l’obiettivo di laicizzare un po’ il mezzo e renderlo più appetibile. In verità l’obbiettivo rimane sempre quello di veicolare l’ascolto al pensiero democristiano. Con Bernabei nasce il secondo canale Rai che agisce in una logica di programmazione complementare con Rai uno. La tv si stava trasformando in un’agguerrita concorrente dell’industria culturale italiana, cannibalizzando pubblico al cinema, al teatro e alla radio e trasformandosi nel nuovo focolare domestico monopolizzatore del tempo libero e del rientro a casa. Il pubblico televisivo si orienta già sui 10 milioni a sera. La tv di Bernabei si caratterizza per un forte accentramento del potere nelle mani del Direttore Generale e l’assoluta priorità del tubo catodico verso la radio che viene infatti soprannominata “sorella povera” del mezzo televisivo.

L’infiammazione per il mezzo lo trasforma in uno status symbol e la sua propensione ad essere cattedra consente anche una forte alfabetizzazione (grazie a telescuola e a trasmissioni come “Non è mai troppo tardi”). Ma nel periodo delle contestazioni, che si aprono alla fine degli anni 60, il mezzo registra un deficit caratterizzato da alcuni fattori, tra i quali uno in particolare è da prendere in considerazione: la tv, voce del potere costituito, non riesce a raccontare il malcontento come invece fa la radio (più libera da lacci e lacciuoli), che si preparerà alla “Stagione dei 100 fiori”, con un florilegio di nuove emittenti suddivise in Radio Comunitarie (fortemente ideologizzate) e Radio Commerciali (la cui mission è realizzare utili). Tra le prime troviamo Radio Aut di Peppino Impastato; Radio Radicale, Radio Sicilia di Danilo Dolci e Radio Alice; tra le seconde emergono Radio Italia, Italia Network e molte altre.

La Neotelevisione

Lo spartiacque tra la Paleotelevisione e la Neotelevisione è la riforma 103 del 1975 che alleggerirà i poteri del Direttore Generale, sposterà il controllo del mezzo televisivo dal governo al Parlamento in una logica binaria tra pubblico (la commissione di vigilanza e il canone di abbonamento) e privato (il CdA e la pubblicità). In più viene riconosciuta la presenza di nuove tv con un’identità del tutto nuova: le tv private! Canali gestiti da editori vogliosi di sperimentazione, che possono trasmettere a livello locale e via cavo.

Un sistema televisivo basato su consistenti falle legislative e mancanza di chiarezza sulle regole ha creato un costante rischio di accentramento di potere nelle mani di pochi. I network nascono su questo vuoto e trasmettono in nazionale (attraverso cassette e ponti radio) aggirando di fatto la 103 e il monopolio Rai. A questo si aggiunge lo scoppio dello scandalo della Loggia Massonica P2 in cui viene coinvolta la Rizzoli che perderà la proprietà di Tv Sorrisi e Canzoni (una rivista da 4 milioni di copie ad uscita) e la crisi delle emittenti Rete 4 della Mondadori e Italia 1 di Rusconi, che non riescono a contenere le spese sempre crescenti di emittenti che consumano ore e ore di contenuti. A rastrellare il tutto c’è Silvio Berlusconi che, già proprietario di Telemilano (divenuta Canale 5) si ritrova ad essere proprietario di una grande fetta di mercato mediatico fondando il Biscione.

Da lì in poi una regolamentazione reale diverrà difficilissima e la tv del duopolio tenderà verso la tv privata. Nel 1990 la Legge Mammì fotograferà una situazione di illegittimità legalizzando di fatto l’anomalia riscontrata dai pretori durante la “Guerra dei Puffi”. La tv privata adesso gode della libertà d’antenna e della possibilità di diretta. Mentre viene confermata la possibilità per un editore di concentrare nelle sue mani il controllo di tre emittenti. Sarà la Corte Costituzionale a bocciare parti considerevoli della legge Mammì proprio nel periodo in cui (scoppiata Tangentopoli) la Prima Repubblica arriverà al suo tramonto e Silvio Berlusconi scenderà in campo con Forza Italia. Con l’entrata in politica del maggiore editore della tv privata il connubio media e politica si fa più forte e il pericolo di conflitti di interessi e abusi di posizione dominante più evidente. Di fatto il duopolio controlla il 90% di tutta la pubblicità a danno del Terzo Polo (Telemontecarlo di Cecchi Gori) e delle altre realtà editoriali: radio e giornali.

Sarà sotto al governo Dini, invece, che si tenterà un passo avanti nel tentativo di regolamentare il sistema radiotelevisivo. La Legge Maccanico 249/1997 istituisce l’Agcom, l’autorità garante delle comunicazioni, stabilisce un limite del 30% del SIC (Sistema Integrato delle Comunicazioni) e pone le basi per l’istituzione di norme sulla Par Condicio in periodo elettorale e per la garanzia di pluralità (che verrà poi regolamentato dalla legge 28/2000). Con il SIC al 30% Fininvest e la Rai si trovano nuovamente in una situazione di abuso e di posizione dominante.

Negli anni 2000 l’esigenza di una regolamentazione si fece più forte: l’Unione Europea intimò a suon di multe di normalizzare il sistema secondo quanto stabilito: Rete4 sarebbe dovuta andare sul satellite e RaiTre privata della pubblicità. Inoltre l’epilogo di una vicenda giudiziaria vedeva Rete4 occupare abusivamente una frequenza destinata all’emittente Europa7.

Il governo Berlusconi rispose alle sollecitazioni con la legge 112/2004. La legge Gasparri ridefinì le norme di riassetto del sistema radiotelevisivo non modificando di fatto le anomalie. La legge fu promulgata nel 2004 (attualmente vigente) e pose, tra le altre cose, un limite al cumulo di risorse del 20% con un SIC allargato però a tutti i prodotti di natura editoriale, il passaggio al digitale terrestre entro il 2006, con un previsto ma mai raggiunto aumento dei canali. Il nuovo riassetto previsto dalla 112 bloccò la sentenza della Consulta e provocò la rinuncia alla sanzione da parte dell’Unione Europea. Ma la riforma non aggiustò molto: invece di aumentare il numero di pesci nella vasca, aveva solo allargato la vasca. I soggetti presenti sul digitale continuano ad essere, infatti, di proprietà dei due attori già presenti nella tv del duopolio, ad eccezione di un timido ingresso del gruppo di De Benedetti e di Cielo, il canale in chiaro del gruppo Sky Italia di proprietà di Rupert Murdoch.
La qualità del linguaggio e dei contenuti

La qualità del linguaggio e dei contenuti

Al di là della cronologia storica della tv commerciale analizzata fuori dallo schermo, le peculiarità intrinseche al mezzo sono da ricercare dentro le trasmissioni stesse: nel modo di concepirle, realizzarle e proporle ad un pubblico fortemente cambiato. E’ una tv nuova, che fabbrica mostri: ciò che conta, infatti, è mostrarsi. McLuhan diceva che “il mezzo è il messaggio”, analogamente la tv degli anni ’80 ha abituato il pubblico (sempre più televisivo che reale) a considerare l’immagine il messaggio in sé, quel che conta non è il contenuto, ma esserci.

Sono anni ridondanti, effimeri e colorati. Un periodo che ha prodotto nuovi stili culturali e di consumo: è tv-cumprà, racconta Antonio Ricci (il patron di Striscia la Notizia), una tv trasgressiva e porno (dal greco ‘porne’: meretrice, e dal verbo ‘pernemi’: vendere). E come una meretrice per vendersi deve agghindarsi per l’adescamento. Si tratta non di una finestra sul mondo bensì sul mercato, in un florilegio di telepromozioni dove ti vendono di tutto, anche un’idea. Una tv votata a sogni e bisogni, con un pubblico frammentato e variegato da trattenere più che intrattenere, perché dotato dell’arma del telecomando e della cultura dello zapping. La tv degli anni ’80 e quella attuale si somigliano molto, perché da allora ad adesso poco o nulla è cambiato nel modo di farla e consumarla. Conoscerne stili, vizi e virtù diventa sempre più necessario.

E’ a questo punto che s’innesta il significato e il valore del lavoro sperimentale ed istituzionale del gruppo di Trentapiedi del 2° Circolo Didattico di Erice, guidato dal dirigente scolastico Tullio Sirchia, che nel 1975 attiva, in ambito scolastico, il primo studio televisivo di Italia o del mondo. Scrive Sirchia: “L’impatto con la televisione fatta a scuola è stato travolgente per tutti, alunni ed insegnanti. Dopo millenni di rispecchiamento culturale nella pagina scritta è possibile rispecchiarsi direttamente nello spettacolo audiovisivo della propria immagine, agente e parlante, di autovedersi sullo schermo per quello che siamo, diciamo e facciamo, per come gli altri ci sentono e ci vedono. Il rispecchiamento ci diverte e ci spinge ad autocorreggerci. Molto di più di quanto non faccia il testo scritto, comunque indispensabile per passare dalla testualità muta della carta alla testualità viva dello schermo. Presto a Trentapiedi la videocamera diventa la nuova penna e lo schermo la nuova carta-scena. Il loro uso attivo dà il terzo occhio e il terzo orecchio, la capacità, cioè, di riflettere sulle cose in modo olistico, vederle nel loro contesto spettacolare. La prospettiva pedagogica che si apre è straordinaria, postalfabetica, al tempo stesso superficiale e profonda. Da allora, nei limiti delle possibilità istituzionali della scuola, ad alunni ed insegnanti è assicurata la doppia alfabetizzazione: quella monomediale, proposizionale, analitico-chiusa dell’Alfabeto e quella multimediale, spettacolare, sintetico-aperta dell’Audiovisivo. La prima viene dal passato dei Classici e dei Moderni e produce l’ordine riflessivo del logos alfabetico (numeri e stampa compresi); la seconda viene dal futuro e produce l’ordine riflessivo dell’olos audiovisivo. Le due forme di pensiero riflessivo formano la mente globale, indispensabile per vivere nel mondo globalizzato…, appunto, dall’Audiovisivo, il linguaggio globale, globalizzato e globalizzante del nuovo millennio.”

Per trovare in Italia esperienze simili bisogna aspettare il primo decennio del nuovo secolo (con la comparsa dei primi videofonini e di Youtube) e spostarsi in vivaci università italiane e straniere dove nascono le prime Uni-tv (vedi l’inchiesta di nòva del Sole 24 ore del 14 dicembre 2006), spesso per iniziativa degli stessi studenti che vogliono fare tv, stare davanti alla telecamera, conoscere i rudimenti del video, scrivere una scaletta, trascorrere ore al montaggio, sporcarsi le mani in ruoli interscambiabili, da vera generazione multitasking. Implicitamente, stanno chiedendo l’istituzione della Facoltà di Televisione, negletta e sospetta per l’accademico mondo alfabetico-tipografico dell’Università.

A Trentapiedi, invece, la sintesi alfabeto-televione è presto realizzata. Ufficialmente è istituzionalizzata nell’anno scolastico 1999-2000 con l’entrata in vigore dell’autonomia scolastica. Da allora il modello alfamediale viene adottato da diverse scuole siciliane e di altre Regioni, ora costituite in Rete Scuole Alfamediali con un sito che ne divulga la pedagogia e la metodologia di cui il tema audiovisivo o presentazione su schermo è il compito di base, su cui oggi, 23 febbraio 2011, qua ad Erice, si sta facendo la prima rassegna e un convegno. Chi ha inventato il tema, il riassunto, il problema, la versione, la ricerca? Forse, nessuno lo sa. Sappiamo bene, però, dove e perché e nato il tema audiovisivo. Quanto basta per sperare e favorire la rivitalizzazione della funzione civilizzatrice della scuola, su cui da decenni ci si accanisce con riforme sbagliate.