Tullio Sirchia Responsabile pedagogico della RETE SCUOLE ALFAMEDIALI tel. 0923.21500 cell. 338.9137150
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Trapani, 14 dicembre 2010

L’evoluzione alfamediale

Un’idea. Manca un’idea. Ci vuole un’idea che dia senso alla storia e direzione al futuro. Che ci faccia uscire dal vicolo cieco della Modernità. Non basta dire “post o ipermodernità”, “globalizzazione”, “società liquida” per essere oltre, al di là del novecento, al di là della società industriale, della razionalità tecnico-scientifica, dello sviluppo illimitato senza progresso. Tutti aspettano l’idea con la “i” maiuscola, l’arrivo di qualcuno, di qualcosa, che non arriva. Non deve essere ovviamente un’idea “ideologica” o utopica, ma storica ed umana, possibile e necessaria, semplice ed economica, di lunga durata, che funzioni per autoevidenza ed autopropulsione, “iuxta propria principia”. Un’idea che va sopra e dentro la testa di ognuno, da riconoscere, seguire e sostenere come verità ovvia, come un’onda lunga. Che non sia una moda, naturalmente, ma qualcosa costruita da tutti e che rifonda l’identità di tutti. Un’idea che non sia soltanto un valore morale, religioso, economico, finanziario o politico, ma una forza sovraorganica, antropologica, una spinta evolutiva verso una nuova civilizzazione. Un’idea che superi l’attuale presente, interiore ed esteriore, senza negarlo, ma arricchendolo di umanizzazione, come ha fatto il Mito con il Rito, la Scrittura con l’Oralità, la Cultura Scientifica con la Cultura Classica. Un’idea che produca un’ulteriore evoluzione simbolico-culturale, anche in forza della potenza tecnologica disponibile dell’uomo contemporaneo e futuro. Un’idea di Nuovo Umanesimo e di Nuovo Rinascimento. Che nasca in Occidente e in Oriente. In Europa possibilmente. E perché non in Italia?

Un’idea che non si possa privatizzare, come l’aria, la luce, i linguaggi. Un’idea che abbia i caratteri, appunto, di un nuovo linguaggio. Un’idea-linguaggio da apprendere ed insegnare. A tutti. Un’idea-linguaggio da leggere e scrivere, che parli il futuro, che modelli il futuro, che sia il futuro. Un’idea-linguaggio che produca una nuova forma di pensiero. Forse questo linguaggio c’è già, dentro e fuori di noi, ma nessuno lo riconosce. Come il petrolio affiorante per gli Indiani d’America. Individuarlo, studiarlo e farne una risorsa evolutiva vuol dire capire ed abitare il futuro, per noi, i nostri figli, nipoti e così via… Sicuramente, senza l’infinita e gratuita risorsa di questo “linguaggio del futuro” non è possibile dare alcuna speranza agli uomini. Si può vivere nel futuro solo con i gloriosi, indispensabili e collaudati linguaggi del passato? Del corpo, della mano, della parola parlata, scritta, stampata? Non vuol dire forse recludersi da soli nelle tradizionali categorie di pensiero, comportamento, identità locali, nazionali, comunitarie? Non vuol dire escludersi lentamente dal protagonismo della nuova storia? I segnali di questa chiusura-declino ci sono tutti. Senza un linguaggio globale, globalizzato e globalizzante capace di farci pensare, progettare e produrre plusvalore moltiplicativo non sarà possibile vivere ed operare nel mondo globale, globalizzato, globalizzante. Sarà possibile solo sopravvivere, contendendo agli altri spazi residuali. E’ urgente, allora, attivare un nuovo modello di sviluppo: ecocompatibile, pulito e ad alto rendimento. Il nuovo linguaggio universale del futuro ci deve servire proprio a questo. Ci deve insegnare a pensare in modo organico, olistico, satellitare, evolutivo. Il nuovo linguaggio ci permetta di rifondare noi stessi, la società, la scuola. Rifondare la scuola in toto e non solo riformarla in qualche pezzo della carrozzeria. Il nuovo linguaggio deve rendere possibile semplificare la complessità e farci capire la complessità della semplicità. Il nuovo linguaggio, come l’alfabeto, deve essere studiato a scuola da tutti, come mezzo e contenuto. Deve rendere la scuola più concreta e attuale, più ricca e comprensibile, più sacrale e laica, più partecipata e divertente, sintonizzata con il passato, il presente e il futuro.

L’idea della Scuola Alfamediale risponde, forse, a tutti questi requisiti. “Alfamediale” è un neologismo che indica l’incontro e la fusione della trimillenaria civiltà dell’alfabeto (numeri e stampa compresi) con la trimillenaria (perché no!!) civiltà dell’audiovisivo. A differenza della Scuola Alfabetica, che tutti abbiamo frequentato da studenti e continuiamo a frequentare da docenti e dirigenti, la Scuola Alfamediale insegna a tutti a leggere, scrivere e pensare non solo con l’alfabeto, ma anche con l’audiovisivo, i due più potenti linguaggi riflessivi degli uomini del terzo millennio. Il primo assicura la storica e basilare riflessività analitico-concettuale della cultura su carta (Cultura Umanistica e Cultura Scientifica); il secondo la riflessività sintetico-spettacolare della cultura su schermo (Cultura Multimediale o Terza Cultura). Il primo è monomediale-proposizionale, il secondo è multimediale-inquadraturale. La “doppia alfabetizzazione” genera due diverse forme di pensiero riflessivo: il logos alfabetico del codificato e lineare ordine formale della scrittura su carta e l’olos audiovisivo del libero ed integrato ordine formale-informale dello spettacolo su schermo. Logos alfabetico ed olos audiovisivo formano la mente globale, il prerequisito di base per accedere e sostenere la riambientazione simbolico-culturale in atto nel mondo.

La Scuola Alfamediale nasce dalla Scuola Alfabetica. All’inizio le strutture sono le stesse. S’interviene solo sul motore del curricolo che da alfabetico (a scoppio) diventa alfamediale (a reazione). Avviato il nuovo motore, gli adattamenti alla carrozzeria (norme, finanziamenti, organizzazione, spazi, tempi, gestione, servizi, altro) arrivano di conseguenza, come dimostra l’evoluzione dalla carrozza ottocentesca all’automobile novecentesca. Per trasformare il vecchio motore alfabetico in motore alfamediale la nuova scuola attiva due inediti dispositivi:
1) la formazione dell’insegnante alfamediale, capace di insegnare a leggere-scrivere-pensare la propria materia in alfabetico ed audiovisivo (attualmente sa solo insegnarla in alfabetico);
2) la pratica generalizzata di un nuovo compito scolastico di scrittura audiovisiva, il tema audiovisivo o presentazione su schermo o televisiva. Gli studenti, individualmente e periodicamente, “entrano nello schermo” (e dunque davanti e dietro alla videocamera) con tutto il corpo e la mente. Ci vanno per imparare a fare spettacolo-cultura-comunicazione destinato, idealmente, ad un pubblico assente di telespettatori (la classe, la scuola, le scuole, l’extrascuola). Ci vanno per imparare ad identificarsi con gli altri ed estraniarsi criticamente da se stessi. Per imparare a viversi e a proporsi come medium speciale di corporeità-verbalità ovvero di emotività-riflessività fatta di postura, azione, gesto, voce, immagine, parola parlata, scrittura, contestualità spettacolare, culturale, comunicativa.. “Pensa nella testa degli altri e nella sua testa pensano altre teste. E’ questo il pensiero vero”, dice Bertold Brecht, riferendosi forse all’esperienza del teatro o del cinema, comunque ai linguaggi dello spettacolo audiovisivo del suo tempo.

Ed ecco la testimonianza di una docente di musica di una Scuola Media appartenente alla Rete Scuole Alfamediali (www.scuolealfamediali.net). Quest’anno la mia esperienza di “insegnante alfamediale” sta evolvendo in un successo inaspettato: ho sostituito la classica interrogazione orale con “il tema audiovisivo o presentazione su schermo” e si è subito scatenato il “protagonismo” degli alunni. Il nuovo compito mi ha permesso di rilevare personalità insospettate e di indurre tutti a studiare con successo, non solo la lezione assegnata, ma anche quelle collegate. Il risultato è stato davvero sorprendente: si è svegliata nei ragazzi la voglia di studiare, di approfondire i contenuti, d’integrarli con propri disegni, illustrazioni o altro, di fare ricerche mirate sui libri e su internet, di sviluppare una sana competizione e, anche se apparentemente meno importante a livello didattico, di curare l’aspetto esteriore di se stessi e dei loro comportamenti. Ho notato in loro una maggiore attenzione al linguaggio scritto e parlato, alla ricerca delle parole e del tono giusti per comunicare e spiegare chiaramente e sinteticamente un argomento agli altri.

L’idea dell’evoluzione alfamediale, naturalmente, non è di destra, di centro, di sinistra. Attraversa tutte le culture prealfabetiche (Corporeità ed Oralità) ed alfabetiche (Umanistica e Scientifica) ed apre la scuola al vasto e postalfabetico mondo dello spettacolo su schermo. Unifica passato, presente e futuro o, se si vuole, la civiltà della Scena, della Carta, dello Schermo, i tre luoghi mediatici dell’integrazione linguistica e della rappresentazione culturale. Dà unità a tutti i linguaggi, a tutte le arti, a tutti i saperi, producendo, dentro e fuori la scuola, il plusvalore moltiplicativo delle sintesi superiori. Sveglia la scuola dal secolare torpore alfabetico-tipografico e libera i “cittadini alfabetici” dalla ingenua ed infantile condizione di “sudditi audiovisivi”, sempre pronti a seguire lo spettacolo calato dall’alto ed incapaci di scriverne qualcuno da soli. Le conseguenze della dissimmetria lettura-scrittura sono sotto gli occhi di tutti: a forza di fare il pieno di “audiovisualità passiva” siamo diventati tutti consumisti, narcisisti, individualisti di massa, sostenitori convinti del Paese dei Balocchi, ferventi adoratori del Vitello d’oro, quotidiani sostenitori della Scuola Parallela e non più di quella istituzionale, che abbiamo ereditato da un glorioso passato. Sarà mai questo il futuro che vogliamo per noi e i nostri figli? I giovani hanno capito che la Scuola Alfabetica, dalla Primaria all’Università, non li può più aiutare, li appesantisce e li dissocia, e per questo contestano fermamente ogni tipo di riforma…della carrozzeria e mai del motore. Hanno capito di essere soli, di pagare per tutti, di morire socialmente a 25 anni ed essere seppelliti fisicamente ad 80, come dice qualcuno. La Scuola Alfamediale o dei due linguaggi riflessivi (Alfabeto e Audiovisivo) o delle Tre Culture (Umanistica, Scientifica, Multimediale), a questo punto, diventa un progetto di speranza, un’ancora di salvezza, il percorso obbligato della mutazione antropologica dalla civiltà loghistica della carta alla civiltà olistica dello schermo.

In quel momento, avevo finalmente una teoria con cui lavorare”, diceva Darwin pensando all’evoluzione biologica, all’adattamento ambientale, alla selezione naturale.